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26 agosto 2013

Rotunno, Rotunno, cosa mi dici mai

Io questo articolo non lo volevo scrivere, giuro. Non volevo dare contro a Giuseppe Rotunno, un novantenne simpatico e gentile, quasi delicato nel ricordare i tanti anni di carriera e gli innumerevoli capolavori del passato illuminati sotto la guida di Luchino Visconti e Federico Fellini, volevo lasciar perdere, stanco di interpretare sempre il ruolo della maestrina con la penna rossa che corregge la vulgata su Kubrick, davvero. Nonostante mi avessero segnalato l'intervista a Rotunno apparsa ieri su La Repubblica, in cui il direttore della fotografia liquida come leggenda il fatto che Kubrick avesse illuminato le scene di Barry Lyndon a lume di candela, avevo deciso che sarebbe stato tutto sommato solo antipatico puntualizzare che sì, invece sì che Kubrick aveva usato solo e soltanto le candele e aveva perfino fatto modificare le sue macchine da presa per accomodare gli obiettivi f0.7 della Zeiss e riprendere senza luci artificiali le scene per farcele vedere come fossimo anche noi nel Settecento, è tutto vero, ci sono decine di articoli sulle riviste tecniche a comprovarlo, ci sono interviste a John Alcott, ci sono documentari e pagine web. E avevo anche gestito piuttosto bene la seccatura di leggere uno che parla di Kubrick senza mai averci avuto a che fare tirando in ballo lui per primo delle leggende come quella delle tavole di legno su cui impalare gli attori per farli star fermi sennò venivano mossi. E soprattutto avevo bloccato sul nascere l'irritazione di vedere l'occhiello dell'articolo che strillava "Illuminare con le candele è impossibile, che Kubrick ci sia riuscito è leggenda" in un testo dove il nostro occupava tre righe su due pagine, così da fare danno anche a chi avesse solo dato un'occhiata di sfuggita, tanto si sa, Kubrick vende sempre e i giornalisti stanno lì solo a cercare l'effetto facile e il clamore e lo strillone. E pur con il fastidio che una nuova cazzata stesse prendendo piede dalla grancassa di Repubblica, di certo più letta di questo blogghettino nonché delle riviste di cinema in inglese, me ne ero andato a dormire pensando a tutt'altro. Poi stamani ecco le prime reazioni, ecco Italo Moscati, uno che insomma di cinema se ne dovrebbe intendere, che dice di Rotunno "un uomo di cui Dio, e noi, abbiamo avuto bisogno e abbiamo per fortuna ancora ricordo. Ecco uno che sfata le leggende," quella di Kubrick appunto, "Grazie Giuseppe, punta i riflettori sui sepolcri imbiancati che camminano nel nostro cinema, un cinema che ha sempre più bisogno di uomini seri e veri", leggo questo di lunedì mattina d'agosto ed ecco, come dire, io mi incazzo. Voi no?

Per completezza, la citazione dall'articolo di ieri dice:
E' vero che, molto prima di Kubrick, nel Gattopardo Lei usò la luce della cadele?
E' una leggenda. E non so neanche come sia nata. Era impossibile che con la sola luce delle candele si illuminasse la scena del ballo. Perciò feci mettere un faro fuori campo sopra i candelabri. Visconti apprezzò la trovata.
Eppure, in Barry Lyndon Kubrick ci riuscì.
Altra leggenda. La fiamma di una candela sovraesposta cancella l'immagine, la imbianca. C'è un aspetto tecnico che va osservato: con quel tipo di luce il massimo che si può diaframmare è 0,1, il che significa assenza di profondità di campo. Per ottenere qualche risultato Kubrick fu costretto a fissare gli attori con delle tavole, in modo che fossero rigidi. Ma l'effetto non fu soddisfacente e so che il resto delle scene richiese l'uso delle lampade. Il che non toglie che fosse un genio.
Ringrazio, nonostante l'incazzatura causatami, Marco Vitelli che mi ha segnalato l'articolo e Gianni Denaro che me l'ha passato a edicole chiuse.

Giuseppe Rotunno: il direttore della fotografia racconta la sua vita coi grandi del cinema, Antonio Gnoli, La Repubblica 25.08.2013
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